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Perchè ricercare: Gian Paolo Peroni

February 12, 2015

Io non so perché ho deciso di ricercare…

Sono sempre stato convinto di saperlo ma guardandomi bene attorno non lo so neanche io il vero perché. Ogniuno di noi ha un percorso da fare nella propria esistenza, e molto spesso la prima parte del tuo percorso la percorri con la convinzione che tutto quello che c’è da fare è qui, materiale, sotto i tuoi occhi: la famiglia, gli amici, gli hobby, la ragazza di cui ti innamori, le storielle per divertirti, il calcio, la politica insomma la tua vita… già… la TUA VITA.

Passiamo almeno la metà della nostra vita con l’imbecille convinzione di essere immortali: il dolore, la disperazione, la morte… Li vediamo, sono li, ci passano più o meno vicini tutti i giorni e sappiamo che esistono, ne siamo certi, ma siamo altrettanto certi che a noi faranno lo sconto, che ci sfioreranno, che toccheranno ai vicini di casa o ai parenti lontani che vedi solo in casi di nascite o morti appunto.

Poi? Poi un giorno ti arriva lo “schiaffo” e non lo scordi, ti fa male e rabbia allo stesso tempo perché non te lo aspettavi, ti brucia la faccia e le lacrime scorrono sulle impronte e bruciano, cazzo quanto bruciano. D’improvviso ti accorgi che il giro tocca anche a te: chi larghissimo (buon per lui) chi poveretto molto corto, il giro ce lo facciamo tutti e una volta arrivato il tuo turno, ti tocca comprendere cosa vuol dire perdere una persona cara. E’ un buco, una frana continua che il tempo calcifica, rende più stabile ma quello che hai perso è andato, nessuno te lo può portare indietro. Io non temo la morte, temo il dolore quello si, quello di perdere chi ti è vicino ma anche quello che provocherò io andandomene, nel cuore di chi mi vuol bene.

Hai due possibilità: accettare passivamente il tuo giro o cercare di capire se realmente tutto questo è solo una fermata di un viaggio senza fine. Io nella prima parte della mia vita ho accettato, da credente ho preso per buoni i dettami della mia religione ma col passare degli anni ho cominciato ad avvertire il bisogno di qualcosa a cui aggrapparmi nei momenti di dolore, qualcosa di concreto che mi potesse far dire : “sei solo partito prima di me,  ci rivedremo, continueremo a sentirci, in maniera diversa ma lo faremo”.

Avevo un amico, un ragazzo dal cuore d’oro, frequentavamo insieme la parrocchia, servivamo messa insieme, per un certo periodo della nostra vita abbiamo persino pensato che forse quel camice addosso la domenica poteva essere la nostra vita, non fù così siamo cresciuti insieme, stessa comitiva, stessa voglia di prenderci il mondo, stesso lavoro, stessa squadra di calcetto. Poi tutto cambia, ogniuno segue la sua strada lui sarebbe partito per fare l’animatore in un villaggio turistico e io da li a pochi mesi mi sarei imbarcato come volontario di protezione civile per portare aiuti nel Kosovo. L’ultima partita di calcetto, una sigaretta, quattro risate e un abbraccio poi più nulla: il giorno dopo una telefonata, due, tre nessuno sa che fine ha fatto, a lavoro non si è presentato, non è tornato a casa a pranzo… magari sarà nel suo garage a suonare come faceva spesso… Si era li, non suonava, non faceva nulla, era li da qualche ora, c’era uno scaffale a pochi centimetri dai suoi piedi abbandonati nel vuoto, bastava allungarli per salvarsi da quella fine, invece no, lucido nella sua scelta, non un minimo ripensamento.

Lo schiaffo brucia, accompagnato da cento domande e mille sensi di colpa: come ho fatto a non capire? come è possibile un gesto del genere? C’erano problemi che ci teneva nascosti? Come può un ragazzo credente come lui aver compiuto l’offesa più grande verso Dio?

Passano i giorni, di risposte neanche una, c’è il funerale ed il prete che ci ha visto crescere ci raccomanda di non applaudire alla fine del rito perché sembrerebbe di approvare il gesto di un suicida, gli dico in faccia che può fottersi lui ed il suo Dio se questa era la sua misericordia. Non entro in chiesa, aspetto fuori faccio pace col mio Dio non con quello dipinto ad arte da alcuni dei suoi “dipendenti”. Impiego una settimana a trovare il coraggio di andare di fronte a quella lapide, alla fine ci vado, i perché rimbombano ancora nella testa, poi arrivo li davanti. La foto è quella scattata durante una festa ed accanto, sulla pietra modellata a forma di libro c’è una frase che scrisse nella lettera di addio lasciata accanto a se: “Voglio morire la vita FINITA, non voglio finire la vita morendo”.

Quelle poche parole non risposero a nessuna delle mie domande, ma mi fecero conoscere realmente chi avevo avuto davanti per tutto quel tempo. Tuttora non so il perché di quel gesto, il perché avere tanta fretta di cessare quella vita finita, materiale ma capii quanto in lui era forte la convinzione dell’oltre, la certezza che finire il viaggio terreno voleva solo significare iniziare un viaggio ben diverso e molto più lungo.

Cosa gli dava questa enorme convinzione? La fede in un Dio misericordioso che non si limita a fare il giudice intento a smistare buoni e cattivi? Sicuramente si, ma io? Io da sempre sono stato S.Tommaso nella mia vita, ma voglio anch’io questa convinzione perché so che vivrei decisamente meglio avendo le prove, ma le prove non può dartele nessuno, devi cercartele da solo perché, come è giusto che sia, tutto quello che ti diranno o ti dimostreranno gli altri ti lascerà sempre qualche dubbio.

E allora ho cominciato a cercare in prima persona, faccio spesso a pugni con la mia fede che proibisce il tipo di ricerche che svolgo ma poi mi convinco che non vado contro la mia religione, bensì contro i dettami della chiesa dell’Uomo e se così non è vorrà dire che quando finirò il mio giro aggiungerò una voce alla mia infinita lista di peccati da scontare.

Ad oggi ho raccolto prove, per me, inconfutabili sulla sopravvivenza dell’anima, il nome di chi è lassù ogniuno è libero di sceglierselo per conto proprio, ma come sono convinto dell’esistenza dell’alto, sono altrettanto convinto che esiste un basso: un qualcosa di infimo, che si nutre del nostro libero arbitrio e che ogni giorno cerca di portare a se quante più anime possibili. Basta guardarsi attorno per capire che “il male” esiste e non parlo di un male puramente materiale, quello siamo bravissimi noi a procurarcelo senza l’aiuto di nessuno, parlo del male che ogni giorno tenta di corrompere il bene: molto spesso, per chi ci crede naturalmente, mi viene rivolta la domanda sul perché esistono addirittura casi di possessioni demoniache di bambini o comunque di persone buone, io di solito rispondo con un’altra domanda: Se devi rubare in casa di qualcuno, vai da chi ha vissuto una vita di sperperi e campa alla giornata senza più neanche un soldo oppure cerchi di entrare da chi nella sua vita ha lavorato e risparmiato senza concedersi a vizi estremi e spese folli?

Molte persone sono convinte che nell’altra dimensione ci sia solo bene e amore incondizionato ed io non sono nessuno per giudicare il loro credo ma temo e combatto fortemente tutte quelle persone che si professano illuminate e cercano di convincere gli altri che questo credo sia quello giusto. Nel 80% dei casi di indagini svolte in abitazioni private abbiamo riscontrato che chi ci chiamava aveva avuto a che fare con letture di tarocchi, sedute spiritiche e roba del genere ed in ogniuno di questi casi c’era lo “zoccolo” di una persona illuminata che aveva convinto gli interessati che l’interazione col paranormale era solo bene e che chi eventualmente avesse risposto alle loro invocazioni era certamente il nonno, il papà, il figlio e così via.

Credo che esistano persone più sensibili o con “doni” particolari ma credo anche che non tutte scelgono di usare questa loro condizione per fare del bene, e sono quindi convinto che i “doni” possano essere giunti dall’alto ma anche dal basso e che realmente siano persone illuminate ma anche che non sempre questa luce provenga dall’alto.

Perché ho deciso di ricercare? L’ho scritto all’inizio di questo disordinato minestrone di pensieri, non lo so, so che ne ho bisogno questo si e che al termine di ogni indagine sono io che devo ringraziare chi ci ha chiamato e non viceversa perché per noi la possibilità di capire è un dono immenso che ogniuno di voi ci regala. Il prezzo da pagare è alto: prese in giro, tempo tolto alla famiglia, problemi con il lavoro, diffamazioni, insulti e persino minacce perché il nostro modo di parlarvi del paranormale non segue i clichet economicamente vantaggiosi che gonfiano le tasche di cialtroni che speculano sul dolore delle persone.

Il gioco è questo e noi lo abbiamo accettato dal primo giorno che ci siamo chiamati GIAP, continueremo la nostra ricerca, continueremo a cercare risposte ed a condividere con voi le nostre esperienze con buona pace dei tanti “amici” che ci siamo fatti durante il nostro percorso e chissà, magari un giorno ogniuno di noi troverà la risposta ai propri prechè.

Un abbraccio, non di luce, ma forte e sincero a tutti voi. 

Gian Paolo Peroni

 

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